SULLA NECESSITA’ DELL’INTERDISCIPLINARITA’ PER LA GRAFOLOGIA MORETTIANA (1° parte)

scacchi e grafologia

Sono noti gli studi interdisciplinari che Nazzareno Palaferri ha prodotto all’interno della grafologia morettiana. Una delle sue istanze di fondo, nell’organizzare coerentemente e nell’approfondire il pensiero del caposcuola Moretti, è sempre stata quella di valorizzarne e legittimarne scientificamente le intuizioni. Per far ciò, l’unica strada percorribile è quella del dialogo e confronto interdisciplinare, sottoponendo gli assunti morettiani sia alla verifica e al confronto con quelli delle diverse scuole grafologiche, sia con teorie, concetti e applicazioni di discipline esterne.

scacchi-4-grafologia Seguendo la prescrizione morettiana che approfondire la conoscenza di tutto l’uomo significa risalire alla sua impronta morfologica (Moretti, 1961), ossia al biotipo, Palaferri ha dapprima permesso un dialogo della grafologia morettiana con la biotipologia di Ippocrate; contemporaneamente, il suo confronto si è esteso al mondo più prettamente psicologico, in particolare alla psicologia junghiana e alla caratterologia di Le Senne (Palaferri, 1999). Di Jung sono note le istanze di fondo della sua psicologia, ovvero il costante equilibrio dinamico o scompenso che può intercorrere, all’interno dell’essere umano, tra tratti di natura opposta, in particolare tra le spinte istintuali inconsce e le inibizioni e freni coscienti. In questa ottica, anche la grafologia morettiana presenta caratteristiche della stessa natura: basti pensare al segno grafologico, il cui significato assume valore positivo in base al contesto e al grado – che non deve essere eccessivo perché altrimenti scompensa unilateralmente la personalità – e alle categorie orientative dell’analisi che possono e devono essere lette e interpretate all’interno di tanti continuum: pressione, curva – angolosa; dimensione; rapidità; accuratezza; ecc. Per quanto riguarda la caratterologia di Le Senne, che tanto cara era agli occhi di P. Nazzareno, essa permette, pur con alcuni limiti ma con indubbi valori, di riassumere sinteticamente buona parte della biotipologia di Ippocrate e, in particolare riguardo a Jung, la sua tipologia psicologica. Se è vero che la costante preoccupazione di Moretti è sempre stata quella di centrare e comprendere l’irrepetibile individualità umana, egli stesso ha elaborato una propria originale caratterologia, come per dire che senza griglie concettuali, senza la possibilità di inquadrare i dinamismi umani all’interno di grandi sintesi di fondo, capire l’irrepetibilità umana è un nobile proclama che facilmente rimane un miraggio irraggiungibile. Il rischio, altrimenti, è di limitare “…la grafologia all’individualizzazione di un insieme di piccoli segni. Questo non sembra oggi sufficiente dal momento che la psicologia si applica a creare dei quadri e delle categorie che si riferiscono a valori universali di capacità e di qualità” (Rivére, 1972, p. 15). Credo che uno dei fraintendimenti maggiori all’interno di tanta parte della scuola morettiana sia stato proprio questo: pensare che le tipologie – ma lo stesso Moretti ne ha prodotta una! – allontanino dalla comprensione di ciò che caratterizza irrepetibilmente il singolo individuo. In realtà, invece, è vero il contrario. Senza griglie concettuali, ovvero senza bussole per capire dov’è il nord, il sud, l’est e l’ovest della personalità di cui indaghiamo la grafia, rischiamo di perdere l’orientamento, di non saper coordinare in una risultante unitaria le pressoché infinite preziose informazioni che i segni grafologici ci rivelano. In ogni lettura della realtà l’uomo si avvale di griglie concettuali, procedendo per confronti, per somiglianze o per differenze con quanto già conosce o di cui ha fatto esperienza. E, particolare niente affatto trascurabile che deve fare riflettere il grafologo – anche quello morettiano – l’utilizzo di griglie concettuali potenzia ogni analisi e calcolo della realtà, permettendo al proprio sapere di toccare maggiore profondità. E questo, dall’architettura (Argan)…al gioco degli scacchi. A tale proposito, ecco alcuni esempi funzionali alla comprensione di tale concetto chiave. Chiunque sappia minimamente giocare a scacchi sa, ad esempio, che se in un finale di partita, si trova con re e torre bianco contro re avversario nero da solo, per dare scacco matto deve costringere il re nero nell’ultima traversa, posizionarsi di fronte a lui con il proprio re bianco, e dargli scacco matto con la torre (vedi Fig. 1).  

Fig. 1. Re e torre bianco contro re solo nero

Fig. 1. Re e torre bianco contro re solo nero

Senza la conoscenza a priori di questa posizione o, in altri termini, di questa griglia concettuale o, in altre parole ancora, di questa tipologia orientante il pensiero, il re nero facilmente sfuggirebbe al matto facendo vagare il re bianco per tutta la scacchiera alla disperata ricerca di come intrappolare il suo avversario. Nella mia esperienza didattica, ho constatato spesso la difficoltà degli studenti di scrivere coerentemente la propria analisi grafologica. Non è raro, infatti, leggere esercitazioni che sembrano come vagare per tutta la scacchiera dei segni grafologici, nel disperato tentativo di comprendere la personalità dell’individuo. Ciò, a mio avviso, non dipende soltanto dall’inesperienza di essere ai primi anni di studio, ma anche, se non soprattutto, dall’incapacità di avvalersi di griglie concettuali che, tra i loro numerosi pregi, hanno anche quello fondamentale di permettere di capire meglio il contesto grafico.Ancora un altro esempio scacchistico: anche in questo caso la conoscenza a priori di quest’altra posizione – alias di quest’altra griglia concettuale – permette al giocatore bianco di realizzare una combinazione di gioco molto spettacolare, conosciuta come il matto dell’affogato (vedi Fig. 2).

Fig. 2. Il “matto dell’Affogato”: 1. Ch6 Rh8 (se 1… Rf8 allora 2. Df7 matto); 2. Dg8+ TxD; 3. Cf6 matto.

Fig. 2. Il “matto dell’Affogato”: 1. Ch6 Rh8 (se 1… Rf8 allora 2. Df7 matto); 2. Dg8+ TxD; 3. Cf6 matto.

In questa posizione, con mossa al bianco, sarebbe semplice dare matto soltanto nel caso in cui il nero rispondesse, alla mossa bianca del cavallo in h6, spostando il proprio re in f8, cui seguirebbe la semplice mossa di scacco matto con la regina bianca in f7. Ma se il re nero fuggisse invece in h8, si entrerebbe in una posizione quasi di patta. La conoscenza a priori di questa posizione (di questa griglia concettuale, vale la pena rimarcarlo) permette pertanto al bianco uno spettacolare sacrificio di Donna in g8, cui il nero è forzato a rispondere mangiando il pezzo con la torre, cui segue un bellissimo matto con il cavallo bianco in f7, affogando il re nero all’interno dei suoi pezzi. Ora, le conoscenze di queste posizioni non sono fini a se stesse, ma permettono al giocatore di indirizzare il proprio sforzo interpretativo della bontà o meno della posizione di gioco in cui viene a trovarsi con l’avversario e canalizzare la propria strategia, ovvero la propria intelligenza, per arrivare a quelle posizioni che conosce. Quando un grande maestro gioca in simultanea con tantissimi giocatori, tutti impegnati a studiare le loro mosse nei suoi confronti, egli soltanto con un fugace colpo d’occhio, senza nemmeno sedersi, intuisce, prevede e muove infallibilmente la propria mossa – attingendo alla propria conoscenza a priori di mille, diecimila, centomila posizioni teoriche – passando alla successiva scacchiera, mentre il suo avversario, tutto ricurvo a osservare la propria partita, ragiona dispersivamente a vuoto per ore e ore. Avverrebbe la stessa cosa con i Grandi Maestri della grafologia. In un’immaginaria partita grafologica in simultanea con numerosi partecipanti, a Moretti e Palaferri – anche loro senza nemmeno sedersi – basterebbe soltanto osservare per pochi secondi la grafia di turno, emettendo lapidariamente la propria valutazione: Moretti pennellando con poche parole la passione predominante dello scrivente, e Palaferri sintetizzando mirabilmente Ippocrate, Jung e Le Senne. Questi esempi vogliono dimostrare che le griglie concettuali o, in altri termini, le tipologie, aumentano la nostra potenza di analisi e non imprigionano affatto la nostra libertà e creatività interpretativa, anzi, la favoriscono. E un ulteriore elemento a loro favore riguarda il fatto che, anche nel malaugurato caso in cui non fossimo intelligenti, perlomeno possiamo utilizzare l’intelligenza e il genio altrui.

 

Moretti (1961), Il corpo umano dalla scrittura, Studio Grafologico “Fra Girolamo”, Ancona, p. 20.

Palaferri N. (1999), Tipologia umana, caratterologia e grafologia, Libreria “G. Moretti”, Urbino.

Rivére J. (1972), Graphologie du caractére, Mont-Blanc, Genéve-Suisse, 1972, p. 15, citato in Palaferri N. (1999), Tipologia umana, cit., p. XV.

Stralcio dell’articolo pubblicato su Scrittura, n. 158.

LUCIANO MASSI – TUTTI I DIRITTI RISERVATI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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